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Nel 1971 prende avvio la realizzazione del progetto di costruzione del Centro Idrico di Brentelle. Quest’ultimo – che costituisce il punto di arrivo in città della "canaletta" a pelo libero – è un impianto polifunzionale che permette sia il sollevamento in rete dell'acqua in arrivo, sia l'accumulo di quella non direttamente assorbibile dalla rete stessa, in tre giganteschi serbatoi da 25 milioni di litri ciascuno.
Nell'area del Centro, a ridosso del canale Brentella, trova pure posto un impianto di captazione di acqua dalle falde golenali, che fu realizzato in tempi immediatamente successivi.

Il Centro Idrico di Brentelle costituisce la prima grande realizzazione aziendale ed è ormai insostituibilmente inserito nel sistema acquedottistico cittadino.
Le sue funzioni principali si possono così riassumere:

  • accumulo in serbatoi, a regolazione ciclica plurigiornaliera, di parte del volume d'acqua fluente nella canaletta a pelo libero;
  • immissione programmata di portate variabili in rete a seconda delle richieste dei consumi, possibili grazie a un sistema automatico di esercizio dei gruppi di pompaggio;
  • integrazione idrica mediante attingimento alle falde freatiche locali previo trattamento di deferrizzazione, demanganizzazione e disinfezione.

L'accumulo avviene nell'invaso di tre serbatoi della capacità di 25.000 metri cubi e dell'altezza di 18 metri. La struttura di tali serbatoi, dettata principalmente da esigenze geotecniche ed economiche, è costituita da una grande parete cilindrica in calcestruzzo armato e precompresso appoggiata su una fondazione a terreno. Un torrino centrale, con funzioni fondamentali di assorbimento delle oscillazioni idriche e di sconnettitore idraulico tra rete e serbatoio, serve da appoggio alla copertura, anch'essa in cemento armato precompresso.
Il funzionamento dei gruppi di pompaggio è comandato a distanza dalla sala controllo con un'apparecchiatura elettronica che viene programmata, su cicli giornalieri e settimanali, a seconda delle esigenze di esercizio legate all'avvicendamento stagionale.
Le macchine, che vengono così attivate automaticamente, consentono sia l'invaso dei serbatoi di accumulo del Centro, utilizzando parte della quantità d'acqua trasportata giornalmente dalla "canaletta", sia, a seconda delle necessità, di pomparla direttamente nella rete di distribuzione, prelevandola dagli invasi.
Com'è facile intuire, i serbatoi di accumulo, costruiti in questo e negli altri Centri, servono da indispensabile riserva per sopperire alle punte di richiesta, che nei periodi di massimo consumo superano abbondantemente la quantità complessivamente prodotta.
Tutto ciò assicura il totale approvvigionamento idrico all'utenza, anche nei periodi di forti consumi.

L'impianto di captazione delle acque freatiche in frangia al canale Brentella fa pure parte di questa installazione. Esso è essenzialmente costituito da una cortina di “micropozzi golenali” collegati con un sistema di estrazione, i quali a loro volta sono raccordati con l'impianto di trattamento di Brentelle sud.

Va infine ricordata anche la sezione di sollevamento destinata a servire il Consorzio Euganeo-Berico, la quale dal 1978 consente l'approvvigionamento idrico di buona parte delle utenze della zona collinare euganea, anche questa inserita nel complesso appena descritto.


La Centrale Operativa di Montà costituisce il più importante anello della catena acquifera padovana ed è oggi il cuore dell'intero sistema acquedottistico padovano.
Qui termina la sua corsa l'acqua che da Dueville, mediante la "canaletta", fluisce alla Città; nelle immediate vicinanze passa pure la tubazione del "nuovo acquedotto", che cede agli impianti parte della sua portata. Da ciò deriva la grande affidabilità della Centrale, in quanto è contemporaneamente alimentata da due adduttori.
Nel complesso è stato pure inserito un impianto a clorogas, a funzionamento completamente automatico, che garantisce la perfetta disinfezione dell'acqua in uscita dalla Centrale e di quella che fluisce nella condotta da 900 mm. Impianti del tutto simili sono pure installati nelle centrali di Brentelle e della Stanga.

La centrale ha caratteristiche di grande affidabilità, essendo alimentata dai due adduttori ("canaletta" e condotta forzata) e dispone un volume d'invaso di 46.000 metri cubi complessivi.
Tale concetto di affidabilità è anche riconoscibile nella potenzialità massima di pompaggio della centrale, che raggiunge e supera i 1.200 litri al secondo; in tale ottica sono pure da inquadrare i gruppi di emergenza costituiti da motopompe della portata di 200 litri al secondo ciascuna. L'alimentazione elettrica dei macchinari e delle apparecchiature è derivabile, oltre che dalle normali linee elettriche, anche, in caso di emergenza, da un gruppo elettrogeno da 500 KW in grado di sollevare 500 l/s.
Completa il quadro delle installazioni di emergenza un gruppo di continuità a ricarica automatica capace di sopperire a lungo alla mancanza di alimentazione elettrica della delicata strumentazione elettronica, degli apparati di controllo di primaria importanza e di altri essenziali servizi.
Il comando e il controllo di tutto il sistema è attuato con apparecchiature che permettono il funzionamento sia manuale sia automatico. La Centrale di Montà assolve a tutte le funzioni proprie di un centro idrico di distribuzione. L'acqua trasportata dalla "canaletta", infatti, dopo il passaggio dal Centro ldrico di Brentelle (dove parte di essa va a riempire i serbatoi di accumulo o viene pompata direttamente in rete a seconda delle esigenze di gestione) è convogliata fino alle vasche della Centrale di Montà mediante una condotta in acciaio.
Contemporaneamente, parte della portata d'acqua che fluisce nella condotta forzata da 900 mm, che proviene da Anconetta, viene deviata verso le installazioni della centrale stessa e va ad invasare i serbatoi costruiti in quest'area.


L'Oasi naturalistica di Villaverla è uno dei più importanti "laboratori verdi" del nostro Paese. Qui l'uomo sta collaborando con la natura per riportare uno straordinario lembo di area umida di pianura all'aspetto che aveva prima dell'antropizzazione, ovvero prima dell'arrivo dell'uomo e della trasformazione che egli gradualmente ha operato per conquistarsi terra coltivabile là dove dominava una folta foresta planiziale.
Da alcuni anni qui si sta facendo l'opposto: sono state bandite le colture agricole e vaste porzioni dell'Oasi sono state restituite al dominio incontrastato di quelle specie arboree ed arbustive che, secoli o millenni fa, ricoprivano non solo quest'area, ma l'intera Pianura Padana.
Questo scrigno verde è destinato a proteggere e preservare un tesoro sotterraneo: l'acqua che "impregna" uno strato di ghiaia profondo sino a 140 metri, acqua che, è destinata ad alimentare l'acquedotto di Padova.

Il Bosco

Risale al 1970 la scelta di preservare questo territorio e restituirlo totalmente alla natura. Quell'anno si decise non solo di bandire ogni coltivazione agraria ma anche di dare vita ad un esperimento davvero unico: ricostruire una foresta planiziale, con le essenze che sappiamo essere vissute qui in tempi lontani.
Esperti si sono quindi messi al lavoro per individuare quelle essenze e per rimetterle a dimora non in forma di "giardino" ma secondo i criteri di un’autentica foresta spontanea.
Quelle prime pianticelle ora sono alberi di dimensioni più ragguardevoli e ad esse ne sono seguite molte altre. Oggi la foresta ha riconquistato dieci ettari dell'Oasi dove stanno crescendo 24 mila nuove piante. In prevalenza si tratta di giovani farnie, ma non mancano altre essenze rigorosamente appartenenti alla flora antica locale.
Contemporaneamente sono state ripristinate o infoltite le "siepi ripariali", un fitto sistema di alberi e arbusti che ombreggia i piccoli corsi d'acqua. Questi, all'interno dell'Oasi, si sviluppano su 4 chilometri e mezzo, offrendo visioni di grande suggestione.

Quando l’albero garantiva la sopravvivenza

Ai bordi di questi rigagnoli o torrentelli, l'uomo piantava quegli alberi che, ogni anno, potessero dargli ciò di cui abbisognava: legna da ardere per cucinare e riscaldarsi e rami forti e dritti da utilizzare come sostegno. Le piante più antiche che ancora sopravvivono sono esemplari di pioppo nero, salice bianco, ontano nero, platano che, meglio di altri, rispondevano a queste precise necessità. Sono alberi governati a cedulo, ovvero mozzati ad una certa altezza in modo da rispondere meglio agli obiettivi di utilità che l'uomo imponeva loro.
Rari sono gli esemplari antichi lasciati crescere liberamente.
Un'area di circa un ettaro conserva un raro esempio superstite di "piantate". I lunghi, paralleli filari di aceri campestri che oggi vediamo erano destinati a sostenere filari (oggi scomparsi) di viti e, mozzati ogni autunno, contribuivano a dare legna da ardere.
In alternativa all'acero veniva utilizzato il gelso e nell'Oasi ne sopravvivono alcuni esemplari secolari e bellissimi: anche questa pianta era indispensabile all'economia familiare in quanto le sue foglie erano l'unico cibo possibile per i bachi da seta, fondamentale fonte di reddito per ogni azienda agricola.

Acque e risorgive

L'oasi si estende nel territorio del comune di Villaverla, nel vicentino, su 258.214 metri quadri, pari a quasi 67 campi (l'unità di misura agraria locale) disposti a dar forma ad una specie di trapezio rettangolo racchiuso da due strade provinciali e a tre corsi d'acqua perenni.

Gli acquiferi

L'area è posta nella fascia delle risorgive, la linea lungo la quale riaffiorano in superficie le acque che avevano gonfiato la falda sotterranea derivando dalle piogge o dalle nevi cadute alcuni o molti chilometri a monte. Il sottosuolo della pedemontana vicentina, dove si trova Villaverla, è un grande serbatoio di acqua potabile: la falda, secondo le stime dei tecnici, contiene più di mille miliardi di litri di eccellente acqua.
Ad alimentarla provvedono le piogge e le nevi che cadono sugli altopiani di Asiago e del Lavarone; si aggiunge poi l'acqua delle precipitazioni in pianura che, penetrando su un terreno che è molto permeabile, concorre anch'essa ad alimentare la falda. Terzo fattore di approvvigionamento sono i corsi d'acqua ed i canali di irrigazione che, naturalmente, disperdono una parte della loro acqua che, infiltrandosi nel sottosuolo, va a completare la ricarica della falda. L'Astico, nel cui bacino è l'area di ricarica, è tra i protagonisti di questa fondamentale azione.

Ghiaie impregnate d’acqua

Nella pianura pedemontana, il sottosuolo è formato da profondi strati di ghiaie (-120/140 m. dal piano campagna) imbevuti d'acqua, intercalati da strati minori di argilla. Il tutto poggia su un fondo di roccia arenaria compatta miocenica dell'era terziaria, ricca di conchiglie e fossili.
Queste ghiaie, durante il quaternario, furono strappate alle montagne e trasportate a valle dalle acque (ghiacciai, torrenti e fiumi, in particolare l'Astico e il Brenta).
Proprio per questa loro, sia pure antica, provenienza, sono costituite dai medesimi materiali che ritroviamo nei massicci degli altipiani di Asiago o di Lavarone da cui, in effetti, derivano. Dal punto di vista della classificazione mineralogica, si tratta principalmente di "dolomie".

Un viaggio lungo 10 anni

Il viaggio sotterraneo dell'acqua, dal momento in cui cade come pioggia o neve negli altipiani a quello in cui riaffiora nel territorio dell'Oasi, è molto lento, durando circa 10 anni. In questo decennio, l'acqua, infiltrandosi tra le ghiaie, si deposita e si purifica, diventando potabile. A contatto con la ghiaia si arricchisce delle sostanze minerali contenute nei ciotoli, acquisendo così le caratteristiche di acqua oligominerale. Continuamente alimentato, questo immenso serbatoio eroga acqua in continuità: circa 10 mila litri a secondo.

Le risorgive

Solo una piccola parte serve ad alimentare l'acquedotto di Padova. La gran parte invece riaffiora attraverso le risorgive. Nella sola area dell'Oasi se ne contano quattro e i loro nomi -Bevarara, Bojona, Albera, Zanini- rimandano ad epoche lontane, quando queste polle d'acqua assicuravano vita e benessere agli abitanti delle campagne circostanti. Nel bacino di una quinta venne costruito, nel 1888, il grande fabbricato di presa d'acqua con galleria che ancora alloggia 50 pozzi. L'acqua che sgorga libera da questi fontanili, insieme a quella delle Mottine, del Bosco, delle Fontanone, delle Bettenine e del Lagrimaro va ad alimentare il Bacchiglione il cui corso inizia a poco più di un chilometro dall'area dell'oasi.

Un’idea nata nel 1878

Correva l'anno 1878 quando gli esperti incaricati di individuare la migliore fonte dell'acqua destinata ad alimentare un acquedotto per la città di Padova, si indirizzarono verso quella che oggi è l'Oasi di Villaverla. A tutta prima, l'idea di ricorrere ad una fonte così lontana non convinse tutti: esistevano alternative più vicine e lo stesso sottosuolo della città non è privo d'acqua.
Vincenzo Stefano Breda, senatore e grande industriale, impose Villaverla e a ragione, vista la ricchezza e la qualità dell'acqua che quest'area garantiva e continua a garantire. L'acquisto del terreno da parte della Società Veneta, che aveva in appalto i lavori del nuovo acquedotto, venne formalizzato nel 1885 e l'anno successivo vennero infissi i primi 131 pozzi profondi da 8 a 25 metri.
Questi, tuttora in uso, fanno confluire l'acqua nelle due vasche sotterranee che alimentano la "Canaletta" che da oltre un secolo continua a trasferire l'acqua da Villaverla a Padova.

Dalla canaletta al terzo millennio

Nella vecchia canaletta l'acqua scorre alla velocità di un metro al secondo ed impiega più di dieci ore per compiere il tragitto.
Trasporta quotidianamente 40 milioni di litri d'acqua, pari a circa 15 miliardi di litri l'anno e da quando è stata costruita, più di un secolo fa, ha convogliato qualche cosa come mille miliardi di litri d'acqua. Dagli anni Settanta è affiancata da una seconda linea di trasporto che, grazie ad un diametro di 90 cm., è in grado di trasportare sino a 75 milioni di litri d'acqua al giorno, pari a 27 miliardi di litri l'anno.
Alle esigenze della "Padova del Terzo Millennio" fa ora fronte il Terzo Acquedotto, un'opera colossale per gli investimenti che ha richiesto e per la concezione tecnologica. Questo grande tubo realizzato in acciaio, con un diametro di 130 cm, è in grado di trasportare, da solo, 150 milioni di litri d'acqua al giorno. Acqua che non "scenderà" verso Padova per forza di gravità ma che verrà spinta in pressione, accorciando così notevolmente i tempi di percorrenza del tragitto e limitando, di conseguenza, i rischi potenziali di contaminazione.

Pozzi e pozzi-spia

Ai primi 131 pozzi se ne sono, nel tempo, aggiunti altri sempre più profondi. I più recenti scendono quasi a sfiorare quello strato di roccia dura su cui appoggiano le ghiaie imbevute d'acqua. Alcuni di essi assolvono ad una semplice funzione: danno acqua e, nel contempo, fungono da punto di osservazione, insieme ad altri cento infissi in tutta l'area di "riempimento" della falda. Dai dati qualitativi e quantitativi che questi "pozzi spia" offrono, i tecnici sono in grado di prevedere, con anticipo anche di vari anni, quale sarà la qualità dell'acqua che berremo e di scoprire subito eventuali pericoli di contaminazione dell' "oro bianco" destinato ai rubinetti di casa nostra.
Questi pozzi sono solo uno dei punti di forza di un articolato sistema di studio e controllo del territorio, sistema che fa uso anche di satelliti, e che è finalizzato a garantire alle generazioni future acqua abbondante e di eccellente qualità.
I dati che le varie fonti informative raccolgono, confluiscono nel "Centro Idrico" che è il cuore scientifico e tecnologico di quel sistema che garantisce la potabilità, oggi e in futuro, dell'acqua erogata sia dall'acquedotto di Padova che da quello di Vicenza.

La fauna

La scelta di fare di questo territorio un'oasi è stata molto apprezzata, soprattutto dagli animali ed, in particolare, dagli uccelli. Ne sono state censite 90 diverse specie e quasi metà di esse hanno ormai scelto stabilmente l'Oasi per nidificarvi. Altri si fermano qui durante le migrazioni autunnali e primaverili ed alcuni qui svernano.
Qui sopravvivono indisturbati uccellini che sono quasi completamente scomparsi da altre zone della pianura veneta. Tra essi porciglioni, spezze, pendolini, frosoni, colombacci, gufi, usignoli, codibugnoli, falchi e persino rari esemplari di airone.
Non solo gli uccelli sono tornati ad abitare qui. Persino dei caprioli sono stati, sia pure solo per un periodo, visti aggirarsi tra i prati ed i boschi dell'Oasi.

Pesci-garanzia

Qualcuno li definisce così perché la loro presenza è la dimostrazione più sicura che l'ambiente è indenne da ogni forma di inquinamento: sono i marsoni, i tozzi pesci che vivono nelle acque poco profonde, a condizione che queste siano assolutamente pure. Proprio per questo il marsone è stato scelto a simbolo dell'Oasi di Villaverla dove incontrarlo nei piccoli torrentelli è tutt'altro che difficile. Altre specie lo affiancano nelle acque superficiali dell'Oasi e sono lo scazzone, lo spinarello e la sanguinerola dalle belle striature rosse.

Sentiero natura

Il Sentiero Natura inizia dal fabbricato colonico Cà Marenda, dirigendosi verso sud lungo la vecchia strada poderale. A destra la sorgente Beverara, a sinistra sul prato la Stazione Metereologica e dei grossi gelsi (morari) secolari. Lungo la strada si notano in destra e in sinistra le siepi di vecchio e nuovo impianto, e in uno spiazzo la grossa tubazione in un pozzo profondo m. 130, emergente dal terreno.
Proseguendo sulla destra una grande zona recentemente imboschita formante il nuovo Bosco planziale composto di circa 20.000 piante di quercia del tipo farnia e ai bordi di esso la lunga tubazione sporgente dal terreno di un pozzo "spia" (piezometro) con una capannina alla sommità, nella quale uno strumento misura e registra il livello dell'acqua sotterranea.
Verso la fine della strada, ad una curva si può notare alla sinistra la sorgente dell'Albera e alla destra un'antica quercia.
Alla fine, si incrocia un'altra strada campestre che attraversa un fossato che defluisce le acque delle risorgive. Dirigendosi a sinistra, verso est, fiancheggiando un'altra zona piantumata con circa 5.000 esemplari di farnia si arriva nella zona intereressata dai fabbricati idraulici. Tra di essi il vecchio fabbricato di presa costruito nel 1887 che alloggia 50 pozzi, e all'esterno di esso dentro una cameretta sotterranea si possono vedere dei vecchi pozzi che erogano acqua spontaneamente da oltre un secolo.
Proseguendo lungo la strada in direzione nord si fiancheggia sulla destra una fitta siepe di biancospino e acero campestre e alla sinistra i terreni a prativo che producono spontaneamente erba da foraggio. A circa metà percorso si devia sulla sinistra, lungo un sentiero, lastricato e ombreggiato da due grossi gelsi secolari, che porta al bacino della sorgente Boiona. Questa risorgiva è una delle più caratteristiche della zona e contribuisce con le sue acque ad alimentare il fiume Bacchiglione che inizia il suo alveo circa un chilometro più a valle.
Ritornando indietro ci si riporta sulla strada poderale e fiancheggiando un folto boschetto di aceri campestri si ritorna al fabbricato colonico.

Scuole: visite guidate all’oasi

Il AcegasApsAmga come gestore dei servizi necessari per garantire la Qualità della vita dei suoi utenti, è un'azienda impegnata in diversi progetti didattici, volti alla sensibilizzazione per le tematiche ambientali e alla diffusione di una mentalità ecologicamente responsabile fra i giovani cittadini.
Nell'ambito delle iniziative didattiche proposte, AcegasApsAmga offre la possibilità ai ragazzi delle scuole elementari e medie inferiori di effettuare una serie di visite guidate presso i propri stabilimenti ed impianti.


L'Acquedotto Giovanni Randaccio costituisce il sito principale del sistema acquedottistico di Trieste.
In questo impianto si concentrano le attività di raccolta dell'acqua, addotta dal trasporto primario, destinata al processo di potabilizzazione e distribuzione a Trieste e alcune località limitrofe.
Il comprensorio è ubicato in località San Giovanni di Duino e si estende tra l'omonimo abitato e la cartiera Burgo, nella zona compresa tra la SS 14 e il raccordo autostradale Lisert-Trieste, per una superficie complessiva di circa 77.000 mq, comprese le aree adibite a parco e a bosco.

Oltre alle opere di captazione del Sardos, presso il Randaccio sono situati i seguenti impianti:

  • L'impianto di potabilizzazione costituito da:
    • i serbatoi interconnessi di acqua greggia per un volume totale di circa 13.000 mc
    • il sistema di iniezione del flocculante con relativo stoccaggio, utilizzato solo in caso d'emergenza
    • il sistema di filtrazione costituito da 16 filtri a sabbia con sistema automatico di controlavaggio
    • i serbatoi interconnessi dell'acqua filtrata (6.000 mc complessivi)
    • il sistema di disinfezione mediante Ipoclorito di Sodio con relativo stoccaggio
  • Gli impianti di pompaggio del "trasporto secondario" dell'acqua potabile costituiti da:
    • il sistema di sollevamento principale dell'acqua verso le torri piezometriche di Sistiana e di Dosso Petrinia
    • il sistema di risollevamento verso il serbatoio di Monte Coisce

La stazione di ricevimento di energia elettrica ad alta tensione (132 kV) e supportata da una linea di riserva a 20 kV, che costituisce alimentazione di tutte le utenze del comprensorio e degli impianti di captazione del Sardos e del Timavo.

La sala controllo, presidiata 24 ore su 24 da un operatore incaricato della conduzione e supervisione di tutto il sistema acquedottistico dell'Area Territoriale di Trieste.

La condotta sottomarina

Nel 1970, per fronteggiare l'aumento dei fabbisogni di approvvigionamento idrico, si realizzò un nuovo acquedotto sottomarino che, posato sul fondo del golfo di Trieste, procede parallelo alla linea di costa, partendo dal Villaggio del Pescatore, tra Duino e Monfalcone, e ricollegandosi con la condotta principale all'altezza del cavalcavia ferroviario di Barcola.

La condotta è composta da un primo tratto interrato che va dall'impianto "Giovanni randaccio" di S.Giovanni di Duino fino alla torre piezometrica di dosso Pietrina e poi degrada lungo il pendio carsico fino alla spiaggia del Villaggio del Pescatore. Da questo punto inizia il percorso sottomarino di 18.108 m fino all'approdo del Molo Zero del Punto Franco Vecchio, all'ingresso occidentale della città. L'allacciamento alla rete idrica cittadina avviene dopo un ulteriore tratto interrato di qualche centinaio di metri, che sottopassa i binari dello scalo ferroviario del porto e della stazione di Trieste centrale.


Per fronteggiare l'aumento del fabbisogno idrico del secondo dopoguerra, fu attivata negli anni Cinquanta la captazione dalle bocche del Timavo, poste nelle immediate vicinanze del preesistente Acquedotto "Giovanni Randaccio" di San Giovanni di Duino.

Le non perfette condizioni delle acque del Timavo, che scorre in superficie per diversi chilometri nel territorio della Repubblica di Slovenia, indusse a riprendere in considerazione una delle vecchie ipotesi che nel periodo asburgico, per ragioni politico-militari, era stata abbandonata dopo essere stata anche in parte progettata: quello di attingere alle falde freatiche dell'Isonzo, particolarmente ricche sotto la zona pianeggiante del monfalconese.

La progettazione dell'opera ha tenuto in massima considerazione l'impatto sul territorio adottando tutte le tecniche allora possibili per permettere all'ambiente di trovare un nuovo organico assetto in breve tempo, finiti i lavori di scavo e di posa.
Le fasi di costruzione dei singoli impianti sono state attuate anche in base ai finanziamenti disponibili e hanno avuto inizio con la costruzione, nel 1978, della condotta del diametro di 2000 mm dall'Acquedotto "Giovanni Randaccio" alla zona del casello autostradale del Lisert.
Durante i lavori di scavo per la posa di questa condotta è emersa la presenza di una importane polla alimentata dalle acque provenienti dai laghi di Pietrarossa e di Doberdò, presso l'invaso di Sablici. Tenendo conto della qualità delle acque emergenti, nel 1982 si è deciso per la costruzione di una nuova captazione provvisoria impiegando sistemi di pompaggio innovativi, caratterizzati da elevata elasticità di esercizio e ridotti consumi di energia.
Il completamento dell'acquedotto dell'Isonzo è invece proseguito con la terebrazione (costruzione mediante trivella) di 12 pozzi a nord dell'aeroporto di Ronchi dei Legionari (Linea Nord), nella costruzione in località le Mucille (Monfalcone) di un serbatoio di oscillazione da 4000 mc di invaso, nella posa di una condotta, di 1500 mm di diametro, dai pozzi della linea Nord alla vasca di oscillazione e dalla posa di una condotta del diametro di 2000 mm dalla vasca di oscillazione alla captazione di Sablici.

Il nuovo acquedotto che utilizza i pozzi di Pieris e S.Pier d'Isonzo, si ricollega agli impianti dell'Acquedotto "Randaccio" che quelli del vecchio acquedotto ottocentesco di Aurisina.

I primi tre pozzi, entrati in funzione già nel 1989, sono in grado di erogare una quantità d'acqua potabile di cinquanta milioni di litri al giorno; la linea nord è stata ufficialmente messa in servizio il 1° agosto 1994, e dal 2010 è attivo il primo pozzo della linea sud, in località Dobbia, realizzato per allacciare anche la città di Monfalcone al sistema di captazione.

Va ricordato che durante i lavori di scavo sono emersi importanti resti di una "mansio" romana all'interno del comprensorio del Randaccio nei pressi delle sorgenti del Sardosch e altri resti sono emersi nei pressi dell'aeroporto di Ronchi dei Legionari. Questi ultimi sono stati successivamente messi in luce e restaurati a cura della Soprintendenza per i Beni artistici, architettonici e storici del Friuli Venezia Giulia.