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SCHEDE INFORMATIVE

Oasi di Villaverla (VI)

L'Oasi naturalistica di Villaverla è uno dei più importanti "laboratori verdi" del nostro Paese. Qui l'uomo sta collaborando con la natura per riportare uno straordinario lembo di area umida di pianura all'aspetto che aveva prima dell'antropizzazione, ovvero prima dell'arrivo dell'uomo e della trasformazione che egli gradualmente ha operato per conquistarsi terra coltivabile là dove dominava una folta foresta planiziale.
Da alcuni anni qui si sta facendo l'opposto: sono state bandite le colture agricole e vaste porzioni dell'Oasi sono state restituite al dominio incontrastato di quelle specie arboree ed arbustive che, secoli o millenni fa, ricoprivano non solo quest'area, ma l'intera Pianura Padana.
Questo scrigno verde è destinato a proteggere e preservare un tesoro sotterraneo: l'acqua che "impregna" uno strato di ghiaia profondo sino a 140 metri, acqua che, è destinata ad alimentare l'acquedotto di Padova.

IL BOSCO

Risale al 1970 la scelta di preservare questo territorio e restituirlo totalmente alla natura. Quell'anno si decise non solo di bandire ogni coltivazione agraria ma anche di dare vita ad un esperimento davvero unico: ricostruire una foresta planiziale, con le essenze che sappiamo essere vissute qui in tempi lontani.
Esperti si sono quindi messi al lavoro per individuare quelle essenze e per rimetterle a dimora non in forma di "giardino" ma secondo i criteri di una autentica foresta spontanea.
Quelle prime pianticelle ora sono alberi di dimensioni più ragguardevoli e ad esse ne sono seguite molte altre. Oggi la foresta ha riconquistato dieci ettari dell'Oasi dove stanno crescendo 24 mila nuove piante. In prevalenza si tratta di giovani farnie, ma non mancano altre essenze rigorosamente appartenenti alla flora antica locale.
Contemporaneamente sono state ripristinate o infoltite le "siepi ripariali", un fitto sistema di alberi e arbusti che ombreggia i piccoli corsi d'acqua. Questi, all'interno dell'Oasi, si sviluppano su 4 chilometri e mezzo, offrendo visioni di grande suggestione.

QUANDO L'ALBERO GARANTIVA LA SOPRAVVIVENZA

Ai bordi di questi rigagnoli o torrentelli, l'uomo piantava quegli alberi che, ogni anno, potessero dargli ciò di cui abbisognava: legna da ardere per cucinare e riscaldarsi e rami forti e dritti da utilizzare come sostegno. Le piante più antiche che ancora sopravvivono sono esemplari di pioppo nero, salice bianco, ontano nero, platano che, meglio di altri, rispondevano a queste precise necessità. Sono alberi governati a cedulo, ovvero mozzati ad una certa altezza in modo da rispondere meglio agli obiettivi di utilità che l'uomo imponeva loro.
Rari sono gli esemplari antichi lasciati crescere liberamente.
Un'area di circa un ettaro conserva un raro esempio superstite di "piantate". I lunghi, paralleli filari di aceri campestri che oggi vediamo erano destinati a sostenere filari (oggi scomparsi) di viti e, mozzati ogni autunno, contribuivano a dare legna da ardere.
In alternativa all'acero veniva utilizzato il gelso e nell'Oasi ne sopravvivono alcuni esemplari secolari e bellissimi: anche questa pianta era indispensabile all'economia familiare in quanto le sue foglie erano l'unico cibo possibile per i bachi da seta, fondamentale fonte di reddito per ogni azienda agricola.

ACQUE E RISORGIVE

L'oasi si estende nel territorio del comune di Villaverla, nel vicentino, su 258.214 metri quadri, pari a quasi 67 campi (l'unità di misura agraria locale) disposti a dar forma ad una specie di trapezio rettangolo racchiuso da due strade provinciali e a tre corsi d'acqua perenni.

GLI ACQUIFERI

L'area è posta nella fascia delle risorgive, la linea lungo la quale riaffiorano in superficie le acque che avevano gonfiato la falda sotterranea derivando dale piogge o dalle nevi cadute alcuni o molti chilometri a monte. Il sottosulo della pedemontana vicentina, dove si trova Villaverla, è un grande serbatoio di acqua potabile: la falda, secondo le stime dei tecnici, contiene più di mille miliardi di litri di eccellente acqua.
Ad alimentarla provvedono le piogge e le nevi che cadono sugli altopiani di Asiago e del Lavarone; si aggiunge poi l'acqua delle precipitazioni in pianura che, penetrando su un terreno che è molto permeabile, concorre anch'essa ad alimentare la falda. Terzo fattore di approvvigionamento sono i corsi d'acqua ed i canali di irrigazione che, naturalmente, disperdono una parte della loro acqua che, infiltrandosi nel sottosuolo, va a completare la ricarica della falda. L'Astico, nel cui bacino è l'area di ricarica, è tra i protagonisti di questa fondamentale azione.

GHIAIE IMPREGNATE D'ACQUA

Nella pianura pedemontana, il sottosuolo è formato da profondi strati di ghiaie (-120/140 m. dal piano campagna) imbevuti d'acqua, intercalati da strati minori di argilla. Il tutto poggia su un fondo di roccia arenaria compatta miocenica dell'era terziaria, ricca di conchiglie e fossili.
Queste ghiaie, durante il quaternario, furono strappate alle montagne e trasportate a valle dalle acque (ghiacciai, torrenti e fiumi, in particolare l'Astico e il Brenta).
Proprio per questa loro, sia pure antica, provenienza, sono costituite dai medesimi materiali che ritroviamo nei massicci degli altipiani di Asiago o di Lavarone da cui, in effetti, derivano. Dal punto di vista della classificazione mineralogica, si tratta principalmente di "dolomie".

UN VIAGGIO LUNGO 10 ANNI

Il viaggio sotterraneo dell'acqua, dal momento in cui cade come pioggia o neve negli altipiani a quello in cui riaffiora nel territorio dell'Oasi, è molto lento, durando circa 10 anni. In questo decennio, l'acqua, infiltrandosi tra le ghiaie, si deposita e si purifica, diventando potabile. A contatto con la ghiaia si arricchisce delle sostanze minerali contenute nei ciotoli, acquisendo così le caratteristiche di acqua oligominerale. Continuamente alimentato, questo immenso serbatoio eroga acqua in continuità: circa 10 mila litri a secondo.

LE RISORGIVE

Solo una piccola parte serve ad alimentare l'acquedotto di Padova. La gran parte invece riaffiora attraverso le risorgive. Nella sola area dell'Oasi se ne contano quattro e i loro nomi -Bevarara, Bojona, Albera, Zanini- rimandano ad epoche lontane, quando queste polle d'acqua assicuravano vita e benessere agli abitanti delle campagne circostanti. Nel bacino di una quinta venne costruito, nel 1888, il grande fabbricato di presa d'acqua con galleria che ancora alloggia 50 pozzi. L'acqua che sgorga libera da questi fontanili, insieme a quella delle Mottine, del Bosco, delle Fontanone, delle Bettenine e del Lagrimaro va ad alimentare il Bacchiglione il cui corso inizia a poco più di un chilometro dall'area dell'oasi.

UN'IDEA NATA NEL 1878

Correva l'anno 1878 quando gli esperti incaricati di individuare la migliore fonte dell'acqua destinata ad alimentare un acquedotto per la città di Padova, si indirizzarono verso quella che oggi è l'Oasi di Villaverla. A tutta prima, l'idea di ricorrere ad una fonte così lontana non convinse tutti: esistevano alternative più vicine e lo stesso sottosuolo della città non è privo d'acqua.
Vincenzo Stefano Breda, senatore e grande industriale, impose Villaverla e a ragione, vista la ricchezza e la qualità dell'acqua che quest'area garantiva e continua a garantire. L'acquisto del terreno da parte della Società Veneta, che aveva in appalto i lavori del nuovo acquedotto, venne formalizzato nel 1885 e l'anno successivo vennero infissi i primi 131 pozzi profondi da 8 a 25 metri.
Questi, tuttora in uso, fanno confluire l'acqua nelle due vasche sotterranee che alimentano la "Canaletta" che da oltre un secolo continua a trasferire l'acqua da Villaverla a Padova.

DALLA CANALETTA AL TERZO MILLENNIO

Nella vecchia canaletta l'acqua scorre alla velocità di un metro al secondo ed impiega più di dieci ore per compiere il tragitto.
Trasporta quotidianamente 40 milioni di litri d'acqua, pari a circa 15 miliardi di litri l'anno e da quando è stata costruita, più di un secolo fa, ha convogliato qualche cosa come mille miliardi di litri d'acqua. Dagli anni Settanta è affiancata da una seconda linea di trasporto che, grazie ad un diametro di 90 cm., è in grado di trasportare sino a 75 milioni di litri d'acqua al giorno, pari a 27 miliardi di litri l'anno.
Alle esigenze della "Padova del Terzo Millennio" fa ora fronte il Terzo Acquedotto, un'opera colossale per gli investimenti che ha richiesto e per la concezione tecnologica. Questo grande tubo realizzato in acciaio, con un diametro di 130 cm, è in grado di trasportare, da solo, 150 milioni di litri d'acqua al giorno. Acqua che non "scenderà" verso Padova per forza di gravità ma che verrà spinta in pressione, accorciando così notevolmente i tempi di percorrenza del tragitto e limitando, di conseguenza, i rischi potenziali di contaminazione.

POZZI E POZZI-SPIA

Ai primi 131 pozzi se ne sono, nel tempo, aggiunti altri sempre più profondi. I più recenti scendono quasi a sfiorare quello strato di roccia dura su cui appoggiano le ghiaie imbevute d'acqua. Alcuni di essi assolvono ad una semplice funzione: danno acqua e, nel contempo, fungono da punto di osservazione, insieme ad altri cento infissi in tutta l'area di "riempimento" della falda. Dai dati qualitativi e quantitativi che questi "pozzi spia" offrono, i tecnici sono in grado di prevedere, con anticipo anche di vari anni, quale sarà la qualità dell'acqua che berremo e di scoprire subito eventuali pericoli di contaminazione dell' "oro bianco" destinato ai rubinetti di casa nostra.
Questi pozzi sono solo uno dei punti di forza di un articolato sistema di studio e controllo del territorio, sistema che fa uso anche di satelliti, e che è finalizzato a garantire alle generazioni future acqua abbondante e di eccellente qualità.
I dati che le varie fonti informative raccolgono, confluiscono nel "Centro Idrico" che è il cuore scientifico e tecnologico di quel sistema che garantisce la potabilità, oggi e in futuro, dell'acqua erogata sia dall'acquedotto di Padova che da quello di Vicenza.

LA FAUNA

La scelta di fare di questo territorio un'oasi è stata molto apprezzata, soprattutto dagli animali ed, in particolare, dagli uccelli. Ne sono state censite 90 diverse specie e quasi metà di esse hanno ormai scelto stabilmente l'Oasi per nidificarvi. Altri si fermano qui durante le migrazioni autunnali e primaverili ed alcuni qui svernano.
Qui sopravvivono indisturbati uccellini che sono quasi completamente scomparsi da altre zone della pianura veneta. Tra essi porciglioni, spezze, pendolini, frosoni, colombacci, gufi, usignoli, codibugnoli, falchi e persino rari esemplari di airone.
Non solo gli uccelli sono tornati ad abitare qui. Persino dei caprioli sono stati, sia pure solo per un periodo, visti aggirarsi tra i prati ed i boschi dell'Oasi.

PESCI-GARANZIA

Qualcuno li definisce così perché la loro presenza è la dimostrazione più sicura che l'ambiente è indenne da ogni forma di inquinamento: sono i marsoni, i tozzi pesci che vivono nelle acque poco profonde, a condizione che queste siano assolutamente pure. Proprio per questo il marsone è stato scelto a simbolo dell'Oasi di Villaverla dove incontrarlo nei piccoli torrentelli è tutt'altro che difficile. Altre specie lo affiancano nelle acque superficiali dell'Oasi e sono lo scazzone, lo spinarello e la sanguinerola dalle belle striature rosse.

SENTIERO NATURA

Il Sentiero Natura inizia dal fabbricato colonico Cà Marenda, dirigendosi verso sud lungo la vecchia strada poderale. A destra la sorgente Beverara, a sinistra sul prato la Stazione Metereologica e dei grossi gelsi (morari) secolari. Lungo la strada si notano in destra e in sinistra le siepi di vecchio e nuovo impianto, e in uno spiazzo la grossa tubazione in un pozzo profondo m. 130, emergente dal terreno.
Proseguendo sulla destra una grande zona recentemente imboschita formante il nuovo Bosco planziale composto di circa 20.000 piante di quercia del tipo farnia e ai bordi di esso la lunga tubazione sporgente dal terreno di un pozzo "spia" (piezometro) con una capannina alla sommità, nella quale uno strumento misura e registra il livello dell'acqua sotterranea.
Verso la fine della strada, ad una curva si può notare alla sinistra la sorgente dell'Albera e alla destra un'antica quercia.
Alla fine, si incrocia un'altra strada campestre che attraversa un fossato che defluisce le acque delle risorgive. Dirigendosi a sinistra, verso est, fiancheggiando un'altra zona piantumata con circa 5.000 esemplari di farnia si arriva nella zona intereressata dai fabbricati idraulici. Tra di essi il vecchio fabbricato di presa costruito nel 1887 che alloggia 50 pozzi, e all'esterno di esso dentro una cameretta sotterranea si possono vedere dei vecchi pozzi che erogano acqua spontaneamente da oltre un secolo.
Proseguendo lungo la strada in direzione nord si fiancheggia sulla destra una fitta siepe di biancospino e acero campestre e alla sinistra i terreni a prativo che producono spontaneamente erba da foraggio. A circa metà percorso si devia sulla sinistra, lungo un sentiero, lastricato e ombreggiato da due grossi gelsi secolari, che porta al bacino della sorgente Boiona. Questa risorgiva è una delle più caratteristiche della zona e contribuisce con le sue acque ad alimentare il fiume Bacchiglione che inizia il suo alveo circa un chilometro più a valle.
Ritornando indietro ci si riporta sulla strada poderale e fiancheggiando un folto boschetto di aceri campestri si ritorna al fabbricato colonico.

SCUOLE: VISITE GUIDATE ALL'OASI

Il AcegasApsAmga come gestore dei servizi necessari per garantire la Qualità della vita dei suoi utenti, è un'azienda impegnata in diversi progetti didattici, volti alla sensibilizzazione per le tematiche ambientali e alla diffusione di una mentalità ecologicamente responsabile fra i giovani cittadini.
Nell'ambito delle iniziative didattiche proposte, AcegasApsAmga offre la possibilità ai ragazzi delle scuole elementari e medie inferiori di effettuare una serie di visite guidate presso i propri stabilimenti ed impianti.

 
 
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