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UFFICIO STAMPA
Padova - 21/05/2020

Una serra high-tech per i fanghi del depuratore

Un impianto unico in Italia per alimentare l’economia circolare

C’è una serra supertecnologica molto particolare a Padova e si trova al depuratore di Cà Nordio, quello in cui affluiscono tutti i reflui della città. Sotto le vetrate, però, non si coltivano ortaggi e fiori, bensì… fanghi. L’innovativo impianto, unico in Italia, è appena entrato in funzione e serve a ridurre drasticamente i volumi dei fanghi in uscita dal depuratore, con due obiettivi. Da un lato, migliorare le possibilità di riutilizzo dei fanghi (impiegati come ammendante agricolo), dall’altro contenere ulteriormente i costi del servizio.

Il trattamento tradizionale: 3 passaggi per ridurre l’acqua al 70%

Fino a oggi, i fanghi prodotti nelle vasche del depuratore (biomassa composta da sostanza organica, batteri, funghi, piccole alghe e microrganismi), hanno subito 3 trattamenti successivi per eliminarne parte dell’acqua contenuta, che rappresenta inizialmente il 99% del totale. Dapprima avviene una decantazione, poi una biodigestione (per estrarre energia elettrica, biogas ed eliminarne i batteri nocivi). Infine, una disidratazione meccanica, una sorta di grande centrifuga capace di far scendere la percentuale di acqua al 70%. A quel punto, i fanghi “asciugati”, vengono caricati su autocarri e impiegati nei campi come fertilizzante, chiudendo dunque il cerchio del pieno recupero delle risorse.

Il passaggio in più nella serra per accelerare l’evaporazione

Con l’introduzione della serra high-tech viene compiuto un salto in più. Dopo la disidratazione, i fanghi vengono distesi nella serra e lì la natura (con qualche aiuto) compie il suo corso. Grazie al sole, sotto il plexiglass della serra l’aria si scalda e un sofisticatissimo impianto di areazione ne gestisce i moti convettivi, per far sì che l’acqua ancora contenuta nei fanghi evapori il più rapidamente possibile.

Il maialino: un rover robotizzato per governare il terreno

Nel corso di questo processo, entra in scena anche il cosiddetto “maialino”. Si tratta di un rover (simile nell’aspetto a quelli lunari), completamente automatizzato, che percorre la serra rivoltando il fango, in modo che quello superficiale, già essiccato, lasci il posto a quello più umido sottostante. Una sorta quindi di grufolatore robotizzato, che simula appunto il lavoro che potrebbero compiere i maiali con il loro muso.

L’acqua scende al 30% e 1.000 tonnellate di fango in meno in uscita

Alla fine del trattamento, che può durare dalle 2 settimane in estate alle 8 settimane nei mesi più freddi, la percentuale di acqua nei fanghi scende fino al 30%, consentendo di avere un fertilizzante pronto per l’agricoltura molto più compatto. In termini assoluti, dalle prime simulazioni effettuate, significa scendere da circa 6.000 a circa 5.000 tonnellate di fango prodotto all’anno.

I vantaggi: un fango compatto meglio utilizzabile in agricoltura, oltre a risparmio di costi e CO2

I benefici di tale maggiore densità sono numerosi. Innanzitutto, un’ottimizzazione dei costi, a vantaggio di tutti i cittadini, perché la quantità di fango da trasportare al di fuori dell’impianto è di oltre il 15% inferiore. In secondo luogo, sempre legato ai minori viaggi degli autocarri, si ha un impatto positivo in termini di traffico ed emissioni. Infine, vi è un impatto positivo sulla circolarità del processo. Il fango più compatto (70% biomassa e 30% acqua) è infatti molto più gestibile durante degli usi agricoli, soprattutto per ragioni logistiche, dunque migliorano anche le suo possibilità di utilizzo come fertilizzante per le terre che domani ci nutriranno.

 

 
 
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