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"24 ORE IN ACEGASAPSAMGA", UN LIBRO PER RACCONTARE L'AZIENDA

MARCO E LA SAGA DEL GRANDE FIUME

MARCO SARAIN

POTABILIZZAZIONE ACQUE A BOSCOCHIARO DI CAVARZERE (VE)


 

A Boscochiaro ci si arriva solcando la pianura infinita del Polesine: campanili e casupole sberciate che galleggiano fra i campi, dove la sagoma sbiadita dei Colli Euganei, è meno di un'ipotesi. Oppure facendo prendersi per mano dall'Adige: da Boara Pisani trenta chilometri di argine verso oriente, uniti in tutto da due ponti.
Con uno scorrere imponente capace di renderlo Mississippi nebbioso, il fiume che nel nome evoca suggestioni alpine, veste qui i panni di padre della pianura.

Per capire Marco Sarain occorre farlo quel viaggio verso Boscochiaro. E arrivare così al potabilizzatore AcegasApsAmga seminascosto fra l'argine del grande fiume e il canale Garzone. Marco, 49 anni, è operatore dell'impianto che dall'Adige preleva l'acqua con cui si dissetano i comuni a cavallo fra le province di Padova e Venezia di Cona, Corezzola, Pontelongo, Codevigo, Arzergrande e, in taluni casi, Piove di Sacco. Un pontile che pesca l'acqua superficiale e otto pozzi in golena che attingono a 14 metri di profondità: inizia da lì la storia che si conclude con l'apertura di un rubinetto domestico. Nel mezzo sta un vero e proprio processo industriale, in cui l'acqua viene clorata una prima volta all'ingresso dell'impianto. Successivamente staziona nelle vasche cosiddette di chiarifloculazione, in cui si depositano i fanghi, per poi passare attraverso una serpentina di dieci litri filtri a quarzi e carboni per un filtraggio perfetto. Infine, prima di essere pompata sulla torre piezometrica e immessa per caduta in rete, viene nuovamente addizionata di cloro.

A tutto questo sovraintende Marco e quando ti racconta il suo mestiere non è facile distinguere l'uomo dal professionista. Perché l'Adige e la pianura per lui hanno il sapore delle saghe di Mark Twain. Del resto la sua vita è trascorsa tutta sul grande fiume attorno a Boscochiaro: nato a Cavarzere, per poi mettere radici a Pettorazza Grimani.
Per forza l'Adige ce l'ha nel DNA da sempre. Da quando il fiume era ancora un luogo gravitazionale: vuoi per far legna, per amoreggiare, per nuotare, per pescare. Per Marco era il luogo dei giochi con gli amici. Finita la scuola, l'estate si passava lì a correre in bicicletta, a giocare a pallone, a immaginarsi Tom Sawyer. A pensarci ora pare sia passato un secolo, come quando fra Pettorazza e Rottanova era ancora in servizio l'ultimo barcaiolo del fiume. E invece sono passati nemmeno 40 anni.

 

"Lo sai perché amo questi luoghi e il mio fiume in particolare?" Attacca Marco con sorriso vivace e spiazzante. "Perché mi sembra richiami un'idea di semplicità che stiamo perdendo, nelle relazioni soprattutto. Andare al fiume significava incontrare gente e coltivare amicizie".

Forse è per questo che Marco vive l'ossimoro di un'acqua che gli brucia dentro, alimentando l'entusiasmo per un lavoro certo non semplice e quasi mai routinario. Un lavoro che può anche tirarti giù da letto nel cuore della notte, perché la torre piezometrica improvvisamente si svuota a causa di una perdita nella rete, oppure perché si blocca il generatore di biossido di cloro. Giusto per fare qualche esempio. Certo l'impianto, come del resto tutti quelli di AcegasApsAmga, è telecontrollato in ogni punto, ma la presenza umana non sempre è sostituibile.
Occorre tarare gli strumenti, rendersi conto di cosa genera un eventuale allarme, provvedere ai ripristini, allertare le ditte esterne: insomma la parola noia all'ombra della torre acquedotto che svetta paterna sulla piccola frazione, proprio non esiste.
Anche perché il vero obiettivo del lavoro di Marco non è aggiustare, ma prevenire.

"Sia io che tutti i miei colleghi, abbiamo ben chiara l'importanza e la delicatezza di quello che stiamo maneggiando.
Sappiamo cosa significhi rimanere senz'acqua in casa. Quando si presenta un guasto, spesso è troppo tardi e può succedere che l'acqua arrivi a mancare. È per questo che siamo impegnati tutto l'anno in un piano di manutenzione preventiva dei componenti, un po' come se, a intervalli costanti, a tutti venisse eseguito il tagliando.
Il problema, semmai, è che la maggior parte delle persone tende a dare per scontata la disponibilità dell'acqua in casa: si apre il rubinetto e il liquido esce come per magia.
Solo nel momento in cui manca ci si rende conto di non riuscire ormai a vivere senza la comodità dell'acqua corrente".

E invece no. Perché si avveri il miracolo del rubinetto, dietro deve esistere un acquedotto ben funzionante e un impianto di captazione, come Boscochiaro ad esempio. In cui 24 ore su 24 l'acqua prelevata e immessa in rete sia potabilizzata e costantemente controllata. E prima ancora, banale ma non troppo, che fiume o falde abbiano sempre sufficiente disponibilità.
"Abbiamo visto secche importanti negli ultimi anni", dice Marco. "Mi auguro che in futuro non si arrivi a situazioni di emergenza, però credo sia importantissimo ridare valore all'acqua, che significa soprattutto educare le persone a non sprecarla".

E anche così, forse, che ci si riabituerà a percorrere ogni tanto a ritroso il viaggio delle gocce d'acqua che sbucano dai nostri rubinetti. Un viaggio che necessariamente riporta alla saga del grande fiume. E al mito intramontabile delle acque interne.

 
 
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