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"24 ORE IN ACEGASAPSAMGA", UN LIBRO PER RACCONTARE L'AZIENDA

LA TARI SECONDO DEBORA

DEBORA MIGLIORINI

SPORTELLO TARI DI PADOVA


 

Debora, in questo caso, si scrive senza l’acca finale. Alle volte la grammatica spiega molto più di ciò che sembra. Perché quella consonante indecifrabile che sa di esotismo a stelle e strisce, proprio non poteva starci nel nome di Debora Migliorini, con i suoi 22 anni (classe 1995) una delle più giovani leve di AcegasApsAmga.

Guai a farsi ingannare da quel volto etereo, botticelliano: Debora senz’acca la concretezza ce l’ha scolpita dentro. Probabilmente da sempre. Certamente da quando, finita ragioneria nel 2014, decise di gettarsi immediatamente nel mondo del lavoro. Una scelta controcorrente rispetto a tanti coetanei, con l’obiettivo di rendersi autonoma il più in fretta possibile. E di sicuro quell’istinto ad arrivare in fretta al dunque aiuta se poi la vita ti conduce a occuparti di Tassa Rifiuti allo sportello Tari di via Corrado a Padova.

È il suo sorriso a guidare persone di ogni età alle prese con la tassa che finanzia il servizio di igiene urbana. Un vero e proprio rompicapo, con un regolamento che norma una miriade di casi a cui corrisponde ogni volta un importo diverso. Tredici pagine di equità scritte per far pagare a ognuno il giusto, in cui però senza la bussola di Debora e degli altri colleghi di sportello, è facile perdersi.

Quel regolamento Debora se lo trovò in mano per la prima volta pochi mesi dopo l’esame di maturità , quando venne selezionata per uno stage in AcegasApsAmga, che successivamente la portò all’assunzione. A pensarci oggi, forse, una prova ancor più impegnativa dell’esame di stato.

 

"All’inizio non ci capivo nulla”, racconta. “Per diversi giorni, ogni mattina arrivavo in anticipo in ufficio e studiavo quelle pagine di normativa. Solo che ogni articolo letto mi pareva complicasse tutto il resto: più avanzavo nella lettura, più tutto diventava difficile”.

Passò un po’ di tempo prima di prendere confidenza con una materia in cui ogni pratica faceva storia a sé e dove occorreva districarsi fra mappe catastali, contratti, destinazioni d’uso e stati di famiglia, per costruire la tariffa come un abito su misura. Ma Debora la concreta, quell’esame lo superò alla grande, grazie anche all’aiuto dei colleghi più esperti. E superò poco dopo un’altra prova del fuoco per una timida (almeno fino ad allora) diciannovenne. Ma questa volta in pista c’era solo lei, senza rete.

All’inizio seguivo solo le pratiche in back office, senza alcun contatto con i clienti. Poi un bel giorno mi trovai un telefono in mano e una persona da chiamare per una richiesta di attivazione inviata con moduli non compilati correttamente”. Adesso ci ride sopra, ma allora decisamente meno. “Mi vergognavo moltissimo all’idea di dover chiamare e parlare di temi tecnici con qualcuno più anziano e, chissà, magari anche molto più esperto di me…”.

Inizia da quella telefonata col cuore in gola la mutazione genetica di Debora, che pian piano acquisisce professionalità e, soprattutto, sicurezza. Quella che oggi le fa affermare l’impensabile solo alcuni anni fa.

“Ora lo posso proprio dire: il bello di questo lavoro è il contatto con le persone. Ma è una cosa che sorprende anche me, visto che mi ero sempre immaginata a svolgere mansioni solitarie”.

E dire che non è sempre una passeggiata. Perché quando con il login mattutino al computer alza la serranda dello sportello, le passa davanti un’umanità assortita e non sempre facile da trattare.

“Il più delle persone che serviamo se ne va soddisfatta, magari stupendosi del poco tempo impiegato”, spiega. “Ma c’è anche chi si siede già arrabbiato. Alle volte ho la sensazione che quel nervosismo covi dentro per la vita stressante a cui molti, purtroppo, sono costretti. Davanti a me si siedono tante persone affaticate dal troppo lavoro o, al contrario, tese perché faticano a sbarcare il lunario. Oppure entrambe le cose, visto che oggi, purtroppo, un lavoro non ti garantisce sempre una vita dignitosa”.

È anche osservando le persone, decine ogni giorno, che Debora è diventata un po’ psicologa. Ha sviluppato quel sesto senso che consente ogni tanto di andare oltre la cortina di un viso preoccupato. Certo chi si alza da quella sedia alla fine qualcosa lo deve pagare. Ma se lo fa dopo avere avuto un’assistenza professionale e, magari, un sorriso di vicinanza, la cosa cambia parecchio. È vietato però immaginarsi la giovane Debora come una bambolina sorridente, perché quando serve essere assertivi e fermi, non si tira indietro.

“Esiste anche la maleducazione purtroppo e a quella si deve rispondere comunque con cortesia, ma senza farsi mettere i piedi in testa”, dice sicura.

E c’è da crederle perché oltre a forgiarsi a pane e normativa, due volte alla settimana Debora scende in campo per praticare uno sport che la scorza dura te la fa venire per forza: il calcio gaelico. 60 minuti di adrenalina e corse a perdifiato a metà strada fra football e rugby, dove la palla può essere messa in rete sia con i piedi che con le mani.

Non esattamente lo sport in cui ci si immagina una figura minuta e graziosa come Debora.
Che problema c’è?” Fa divertita. “Vola qualche spinta, d’accordo, ma l’aspetto più importante è la sintonia che riesci a sviluppare con le tue compagne. Passando la palla con mani e piedi, è fondamentale sapere sempre dove si trovano le altre ragazze, essere in contatto telepatico con loro. Credo sia un’attitudine molto utile anche sul lavoro: saper far squadra ed entrare in sintonia con chi ti sta accanto”.

Parola di Debora la concreta. Debora senz’acca.

 
 
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