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"24 ORE IN ACEGASAPSAMGA", UN LIBRO PER RACCONTARE L'AZIENDA

L'ENERGIA ELETTRICA OLTRE IL PIANO CARTESIANO

STEFANO VALENTINUZZO

TELECONTROLLO ELETTRICO DI TRIESTE E GORIZIA


 


La sensazione che restituisce la sala telecontrollo elettrico di AcegasApsAmga nella palazzina dal gusto liberty del quartier generale di Broletto è quella di una zona asettica, di calma irreale.
Un luogo dominato dalla giustezza dei pc e degli enormi monitor con la rappresentazione sinottica della rete elettrica in alta e media tensione di Trieste.
Come una bolla sospesa in cui fatichi a distinguere il giorno dalla notte, l'estate dall'inverno. Eppure, anche qua dentro, come nella vita del resto, guai a farsi ingannare dalle apparenze.
Lo sa bene Stefano Valentinuzzo, 50 anni, che in quell'acquario da cui si governano le reti elettriche di Trieste e Gorizia lavora da 17 anni. Sa bene Stefano che dietro il click di un indice sul mouse ci può essere la chiusura o l'apertura di un interruttore da 130 mila volt, che significa dare o togliere corrente a un pezzo di città.
Sempre con un'avvertenza lessicale, d'obbligo quando si parla di energia elettrica: chiudere significa dare elettricità (chiudo un interruttore infatti, unendo due cavi), mentre aprire significa toglierla. Ma, soprattutto, c'è sempre in ballo lasicurezza dei colleghi che operano sul campo a contatto con cavi, trasformatori o interruttori (che, giusto per dare un'idea, in una cabina di media tensione hanno dimensioni ben maggiori di un armadio).

Allora è chiaro che per descrivere il lavoro di Stefano non basta la bidimensionalità elementare di quel piano cartesiano tutto linee e angoli retti. Serve anche la terza dimensione degli umori, delle speranze, dei bisogni minuti di chi vive oltre quella rappresentazione. Perché puoi star certo che dietro a un segnale d'interruttore aperto c'è un ascensore che non funziona, una lavatrice che s'inchioda in centrifuga, una stanza che finisce al buio, una partita di calcio in tv che s'interrompe sul più bello, un telefono che non si ricarica. Tutto moltiplicato per dieci, cento, mille, a seconda dell'entità del problema. Si dà talmente per scontata la presenza dell'energia elettrica nel nostro quotidiano, che occorre pensare alle piccole cose per rendersi conto quanto di noi dipenda dal mistero di quegli elettroni addomesticati dentro spine e prese di corrente.
Ma lì, nell'acquario, dove si vigila giorno e notte sulla sicurezza elettrica della città, non c'è spazio per le filosofie. Anzi, Stefano ha un mantra tutto suo.

"Anche se so perfettamente cosa significhi non avere corrente", racconta, "quando sono lì davanti a compiere operazioni di manovra, cerco di concentrarmi esclusivamente sulle azioni da svolgere, pur sapendo che a molte persone in quel momento può mancare l'elettricità. In questo modo lascio fuori dalla porta l'emotività ed è più difficile sbagliare: meglio riattivare la corrente qualche minuto dopo, ma operare sempre in condizioni di massima sicurezza".

 

È un momento tutto particolare quello dell'emergenza, dove la freddezza è necessaria, ma non basta. Un momento in cui devi concentrarti in modo maniacale sulle procedure, sui passi da compiere. Sempre con logica consequenziale e binaria: prima stacco questo, poi verifico questo, poi riattacco quello, eccetera.
Del resto come fare per affrontare momenti come quelli della notte del 28 settembre 2003, quando alle 3.30 del mattino Stefano si accorge che all'improvviso in tutte le quattro cabine primarie della città (quelle che accolgono l'energia elettrica in alta tensione da Terna e la diramano a tutta Trieste) il voltaggio è a zero, senza guasti o interruzioni apparenti? Poi si avvicina alla finestra e vede al buio l'intera città. Come fai in quel momento a mantenere i nervi saldi se non facendoti robot?
Solo dopo alcuni interminabili minuti Stefano capì che il problema non era nella rete AcegasApsAmga, ma si trovava di fronte all'inizio del black-out nazionale, dove a causa di una serie di guasti ed eventi accidentali, tutta Italia rimase al buio per ore. Era di turno quella notte Stefano. Come lo è almeno una volta alla settimana anche oggi. Certo non è una passeggiata andare al lavoro quando tutti gli altri si mettono in poltrona o escono con gli amici. Ma c'è il rovescio della medaglia, come in tutte le cose.

"Siamo organizzati per turni, diurni e notturni, e questo ti lascia molto tempo libero", spiega. "Ad esempio, ho il privilegio di portare e andare a prendere mio figlio a scuola molto spesso. Non tutti gli danno peso, invece per me è importantissimo".

Oppure Stefano può prendere la mountain bike e fuggire in Carso per una sgambata. Spesso proprio con i colleghi del telecontrollo. "Perché siamo una bella squadra, molto affiatata. E questo non è importante solo nel tempo libero, ma anche e soprattutto sul lavoro. Capirsi al volo e sapere di potersi fidare l'uno dell'altro è fondamentale quando gestiamo manovre delicate".

Che quelle in una città complessa come Trieste non mancano mai, soprattutto se si vuole assicurare la presenza discreta, ma mai scontata, degli ampere nella nostra esistenza.

 
 
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